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La casa è un diritto, ma la sinistra è molto distratta.

Recenti cronache romane sulla vicenda delle abitazioni negate ai Rom perché «prima gli italiani», hanno messo in evidenza il conflitto sociale sul tema della casa. Dopo essere stata definita come la classica «guerra tra poveri», il tema casa non pare abbia richiamato a sufficienza l’attenzione del centrosinistra a una riflessione più generale …

…  su un diritto sociale fondamentale come quello all’abitazione.
Partiamo dai dati disponibili, in Italia non esiste una banca dati per il censimento del patrimonio ERP (edilizia residenziale pubblica). I più recenti di Federcasa risalgono al 2016. Sarebbero circa 850mila le abitazioni disponibili e di queste l’85% assegnate regolarmente mentre il restante 15% risulta non assegnato perché sfitto, occupato abusivamente o in attesa di assegnazione, mentre il tasso di turn over è molto basso.
L’abusivismo ha una media nazionale del 5,9% e riguarda in particolar modo le grandi città del centro e del Sud Italia (Roma, Napoli, Palermo, Catania), la cui percentuale si aggira intorno al 9%, contro il 2% del Nord. A Milano gli alloggi occupati sono circa 3.500, mentre a Roma si arriva fino a 10mila.
Ci sarebbero circa 16mila alloggi sfitti perché bisognosi di manutenzione straordinaria, a cui va aggiunto il numero imprecisato di tutti quelli regolarmente assegnati ma bisognosi di interventi.
Viene evidenziato che almeno la metà del patrimonio degli alloggi popolari è caratterizzato da un alto consumo energetico, che obbliga le famiglie all’utilizzo di circa il 10% del loro reddito per viverci confortevolmente.
Certo lo stato di degrado non può essere esclusivamente addossato al fenomeno di risorse economiche malgestite o della presenza della criminalità organizzata, ma è anche la conseguenza di una concezione del sistema residenziale pubblico che mostra aspetti di incuria generalizzata e che ha effetti disastrosi sulle amministrazioni, che preferiscono vendere gli immobili piuttosto che riqualificarli.
In Italia le case di edilizia sociale sono meno del 4% del patrimonio residenziale, quando il fabbisogno sarebbe in realtà almeno del doppio. Per fare un confronto, in Inghilterra la percentuale è del 17,6%, mentre in Francia si aggira intorno al 16,8%. Solo la Germania con il 3,9% ci si avvicina numericamente, ma in realtà il Paese tedesco è caratterizzato da un mercato in cui gli affittuari superano il numero dei possessori e in cui non c’è il mito della casa di proprietà.
Dal 1993 in Italia sono state vendute circa 190mila unità immobiliari ERP e ciò ha portato ad una diminuzione del 22% del patrimonio residenziale; il ricavato delle vendite non è sufficiente neppure per ricostruire un terzo degli alloggi venduti.
La crisi economica ha inoltre messo bene in evidenza come ci sia una fascia di popolazione con un profilo economico troppo alto per accedere a una casa ERP ma nel contempo troppo basso per sostenere il costo di un affitto per una casa di dimensioni dignitose o per accedere a un mutuo per l’acquisto.
In particolare occorre volgere lo sguardo alle giovani generazioni che dovendo “metter su famiglia” dovrebbero essere agevolate sia per disporre di una casa sia per la nascita e crescita dei figli.
Cosa dire poi delle famiglie che avendo perso reddito hanno avuto la propria casa pignorata?
In Italia l’edilizia popolare rappresenta spesso lo scarto del patrimonio che altri più fortunati sono riusciti ad accaparrarsi. Le scelte nazionali sono state orientate per decenni all’acquisto della casa con la motivazione che gli italiani sono diversi e vogliono la “casa di proprietà”. Una scelta corretta? Fiumi di denaro pubblico, finiti poi ad alimentare il debito pubblico, sono stati indirizzati dallo Stato in aiuti per l’acquisto di una casa (mutui agevolati e detrazioni fiscali).
Gli interventi sotto l’egida del pubblico sono sporadici, spesso ci si affida a cooperative e organizzazioni no profit che assistono gli inquilini con grandi sforzi e poche risorse, non sufficienti a affrontare in maniera organica il problema del bisogno di casa, che rappresenta un elemento di “sicurezza” sociale.
È evidente come oggi questo tema, male gestito, abbia lasciato praterie estese alle forze di destra e xenofobe che hanno buon gioco nel trovare il consenso nel disagio sociale di coloro per i quali avere una casa è motivo di difficoltà.
La domanda è «ma la sinistra?». Non dovrebbe scaturire una riflessione sul tema casa che preluda a qualche proposta concreta? Onestamente non pare di sentire e leggere molto sull’argomento.
(approndimento https://thevision.com/author/serena-romito/)

2 thoughts on “La casa è un diritto, ma la sinistra è molto distratta.

  1. Per punti – 1) tu dici” amministrazioni che preferiscono vendere gli immobili piuttosto che riqualificarli…” è vero ma l’arretramento dell’impegno statale in favore dell’iniziativa privata è generalizzato e interessa contesti ben più delicati… scuola, assistenza sociale, sanità. Molti “giovani” oggi non fanno un figlio perché oltre all’affitto devono pagare spesso rette agli asili privati che costano quanto la Bocconi. Se hai un familiare con problemi mentali in casa, scopri che lo stato ha chiuso i manicomi e ha abolito l’infermità mentale per legge. Le persone si curano meno perchè l’accesso ai servizi sanitari o ha tempi enormi oppure è riservato a chi ha un’assicurazione privata.
    2) In un paese dove la pressione fiscale media su un lavoratore dipendente oscilla fra il 50 ed il 60% il tema della casa è relativo. Con questa pressione fiscale a Milano non va in crisi l’operaio con una Ral di 23000€ lordi l’anno, va in crisi il quadro aziendale con una ral di 45 mila. Un reddito del genere corrisponde a 2000€ netti al mese. Una famiglia di due persone spende almeno 400€ di spesa al mese, 200€ di utenze, 1000€ di affitto e spese condominiali. Rimane un reddito disponibile di 400€… non sia mai che uno dei due fumi un pacchetto di sigarette al giorno per lo stress di non farcela… questi signori sono appena al di sopra della soglia di povertà. Che si fà dunque? Garantiamo una casa popolare ai redditi fino ai 45000€ lordi ( … siamo già nel 20% dei più ricchi di Italia per intenderci).

    Io temo che l’unico tema che valga veramente la pena di discernere è se in uno stato che garantisce molti servizi a pochi e pochi servizi a molti, sia corretto tassare una fetta non irrilevante della popolazione oltre il 50% per pagare pensioni e sistema sanitario… un trasferimento netto di ricchezza da giovani a vecchi. Altro che orti di guerra e case popolari…
    Sono provocatorio perchè credo che le osservazioni che hai fatto siano interessanti ma che il tema del welfare meriti un tuo ulteriore approfondimento… mi aspetto nuovi articoli sul tema.

    1. Grazie Marco M. per il tuo commento. Concordo con quanto scrivi sulla complessità e insufficienza di un sistema di welfare che fatica a sostenere persone e famiglie e sul quale si innesta da tempo, verissimo, un trasferimento di ricchezza (o meglio di povertà) verso le nuove generazioni che non sanno oggi quali saranno le condizioni economiche del domani.
      Hai aperto, e condivido, un tema importante che è quello della qualità della spesa pubblica, si paga molto per un sistema di welfare che non è sufficiente anche a causa della scarsa efficacia. Questo è uno dei motivi per cui personalmente sostengo che bisogna agire proprio dove si annidano gli sprechi e le inefficienze nel pubblico, da lì possono essere ricavate risorse aggiuntive proprio in questa fase di crisi che ha assottigliato la massa economica a disposizione.
      Prossimamente, prendendo spunto dal tuo intervento, tornerò a scriverne. Grazie, un cordiale saluto.
      Antonio Bruschi.

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