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La riforma delle autonomie locali (Comuni): come e perché.

L’articolo 114 della Costituzione recita: “La Repubblica una e indivisibile, è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città Metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.

I  Comuni , le Province e le Città Metropolitane sono enti autonomi con propri statuti e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione. ”

Esaminiamo dunque il funzionamento di questi enti periferici, a partire dai Comuni,  cercando di individuare le loro criticità e proporre le opportune riforme.

I Comuni sono la struttura di base per amministrare capillarmente la Repubblica Italiana. Hanno mantenuto a un discreto livello le forme del loro autogoverno, ma sono stati anche un elemento di debolezza nell’organizzazione periferica per la loro polverizzazione sul territorio. L’occasione per i piccoli comuni, di uscire dalla progressiva impotenza amministrativa, dovuta all’impossibilità di far fronte alle aumentate funzioni delegate (L. 142/1990) e più recentemente dalla crisi finanziaria e dalla relativa legge di stabilità, è venuta da una legislazione molto favorevole, ma volontaria nella applicazione (dalla citata 142/1990 alla 78/2015), il che ha sollecitato solo pochi comuni a fondersi in un unico ente, per quanto poi questi soggetti siano rimasti estremamente soddisfatti dalla scelta compiuta.

Oggi i Comuni sono 7954 (fonte ANCI). In Giappone, con più di 127 milioni di abitanti, sono circa 1.700, mentre nel secondo dopoguerra erano circa 12.000. I piccoli Comuni (quelli con meno di 5.000 abitanti) sono quasi il 70%, per l’esattezza 5543 (fonte ANCI) – il più piccolo, Moncenisio, ha 29 abitanti! – e nella maggior parte dei casi non sono in grado di espletare compiutamente le funzioni loro attribuite, in primo luogo la formazione primaria (scuola materna e scuola elementare) se non a costi, materiali e culturali, che in certi casi sono proibitivi. Inoltre anche da una analisi sommaria sui flussi demografici emerge con chiarezza il fenomeno dell’inurbamento dei Comuni più popolosi e l’abbondono progressivo dei piccoli centri. In questi ultimi, è bene sottolinearlo, la programmazione urbanistica è perlopiù oggetto di voto di scambio tra amministratori e amministrati.  Inoltre questi enti sono condizionati da un ristretto numero di famiglie e gli appalti sono, nella quasi totalità dei casi, a trattativa privata.

Per assolvere alle funzioni loro attribuite, i servizi primari alla persona, occorre che, un Comune abbia un adeguato numero di abitanti (si può ragionevolmente indicare in 3.000 persone la popolazione minima necessaria) per determinare una ottimale pianta organica che possa realizzare più compiutamente le funzioni amministrative senza ricorrere a farraginose alchimie consociative).

Attuata questa ristrutturazione organizzativa – si tratta di una riduzione in numero di oltre il 25% di questi enti – sarà opportuno modificare le relative leggi elettorali in modo che siano rappresentati nel consiglio comunale i vari nuclei urbani con cui si articoleranno, con questa epocale riforma, sul territorio.

Una ultima considerazione non banale è che i Comuni con meno di 3.000 abitanti sono molto più numerosi, al nord che al centro sud, per cui i fondi trasmessi dallo Stato sono  più cospicui nelle aree che possiedono più risorse, per cui lo status quo alimenta una ulteriore differenziazione economica tra le varie macro aree del Paese.

Questa operazione di ristrutturazione, una volta a regime, sia con la sostituzione dei collaboratori esterni sia con il progressivo naturale pensionamento del personale eccedente, determinerà un notevole contenimento dei costi nella gestione corrente.

E’ certo che si tratti di una riforma poco popolare, a breve termine. Ma oggi, una volta saldati gli interessi ai creditori del debito pubblico, restano solo pochi spiccioli ai governi per interventi legislativamente ed economicamente significativi: di questo si è accorto anche Giorgetti, mente grigia del leghismo oggi sulla cresta dell’onda.

Il Governo dovrebbe varare riforme incisive che invertano l’andamento della sua economia avviando una drastica riduzione del debito pubblico, impresa finora mai riuscita, ma neanche mai tentata.  Ridurre il debito pubblico, avviare la sistemazione delle finanze della nostra Repubblica, può essere fatto solo con un accordo molto largo in cui i rappresentanti del popolo Italiano varino i gravi interventi per rimettere in corsa il Paese. Ultima ora: dovrebbe essere questo il senso del recentissimo appello di Salvini – ma l’uomo non è affidabile, purtroppo. Poi si vada pure a nuove elezioni e vinca il migliore.

La “grande commissione” ipotizzata dovrebbe fare due cose, la riforma della legge elettorale e, obiettivo principale, avviare la rimessa in ordine dei conti, ossia varare degli strumenti che possano far decrescere il debito pubblico. Diminuire l’enorme evasione fiscale richiede del tempo, e non poco. Attuare una patrimoniale sugli immobili con una riforma catastale ancora nel cassetto è improponibile. Pertanto solo con una radicale riforma degli enti che oggi amministrano la Repubblica sarà possibile trovare le enormi risorse su cui poi riavviare il Paese ad una progressiva crescita.

Se la diminuzione dei parlamentare è stato un avvio al contenimento del costo delle istituzioni, questo percorso deve essere esteso a tutte quelle realtà che contribuiscono a far funzionare la nostra Repubblica.

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