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Aspetti morali della vita politica – Craxi e gli anni ’80

Si ragiona, in questi giorni, sulla figura e sull’opera di Bettino Craxi ma molti riconoscono che la discussione va oltre il caso singolo, di per sé limitato, ampliandosi alla considerazione generale dei rapporti fra etica e politica.

Vi è chi concepisce il giudizio morale sugli attori come preliminare a qualunque valutazione politica e tale da rendere sostanzialmente inutile il secondo lato del problema: buona politica sarà quella fatta dall’uomo buono – vi è chi, al contrario, ritiene l’attività politica in qualche misura svincolata dal giudizio etico corrente per l’uomo comune: Bobbio scrisse a suo tempo per criticare questa seconda tesi, non senza però averla analizzata seriamente nel suo impianto logico (http://temi.repubblica.it/micromega-online/norberto-bobbio-etica-e-politica/).

Ma è davvero questo il punto in discussione? Lo sarebbe, se ci interessasse emettere un giudizio sull’uomo. Sarei tentato di dire che pronunciare un giudizio su un defunto è cosa che può interessare agli storici o al massimo a chi dalle vicende del passato è emotivamente coinvolto, e, ormai, non è più il mio caso. [Invece mi esprimerò in proposito, alla fine, solo per non essere accusato di voler evadere il problema].

Però, al contrario, è essenziale separare i due momenti: la valutazione sull’uomo, sul politico e la valutazione sulle politiche da lui attuate, svincolate dall’attore o dagli attori e considerate nei loro effetti. Non è affatto detto che l’uomo “buono” faccia politiche “buone” e, a priori, non è detto nemmeno il contrario. Bisognerà invece definire quali sono le politiche “buone” e, per noi, saranno quelle che avvicinano la realizzazione dei nostri valori: libertà per tutti, giustizia sociale, sviluppo del benessere diffuso, coesione sociale nel paese. E’ ammissibile che altri perseguano valori diversi: ad esempio rispetto per le tradizioni, per l’identità nazionale, per il magistero di questa o quella chiesa, per l’intangibilità del mercato e della concorrenza, per la “meritocrazia”. Finché tutto ciò viene fatto entro l’alveo della Costituzione, ogni posizione è legittima e rispettabile.

Dopo il 1990, la distinzione tra i due giudizi sembra dimenticata da molti, con gravi conseguenze per la sinistra e per il paese tutto. Se l’unico criterio di valutazione delle politiche è la moralità degli attori, ne discende che dovremmo apprezzare politiche insensate o antipopolari, purché attuate da uomini integerrimi. Il nostro partito potrà, senza imbarazzo, non scegliere e far eleggere in Parlamento Boccuzzi e Calearo, Binetti e Cirinnà. Iscriveremo il pareggio di bilancio in Costituzione, perché pagare i debiti è dovere morale del buon padre di famiglia.

Se noi ci definiamo come “il partito degli onesti”, ne discende che non si potrà essere conservatori o reazionari ed anche onesti, chi a noi si oppone deve essere necessariamente interessato o disonesto  – e naturalmente, gli avversari ci fanno osservare che la nostra parte contiene tanti disonesti quanto la loro, com’è ovvio (che giustificazione abbiamo infatti per definirci “migliori degli altri”?  soltanto antipatica presunzione). Il male di Berlusconi non sarà averci fatto sprecare nell’immobilismo troppi anni di governo, saranno le cene eleganti con le olgettine. Le politiche degli avversari, perciò, saranno sempre da rifiutare in toto, ogni mediazione sarà “un inciucio”. Meglio, sarà un inciucio ogni mediazione trasparente, fatta alla luce del sole – perché nelle segrete stanze a mediare si continuerà, eccome. Non c’è bisogno di dire che questo atteggiamento polarizza gli animi, impedisce la coesione politica del paese anche quando non ci sarebbe ragione di contrasti (politica estera …), rende ogni elezione un “giudizio di Dio” epocale
Questa atteggiamento del passato recente ci condiziona ancora, in particolare a Milano. Gli avversari ci rimproverano, con una certa ragione, di aver paura di confrontarci col passato, di voler bloccare con la censura preventiva ogni analisi spassionata. Superare queste rigidità, con rigore e buona fede, è compito di tutti noi di sinistra.

Occorre invece rileggere le politiche del PSI degli anni ’80 e quindi, in quest’ottica più razionale, la figura di Craxi che lo condizionava. Oggi, ritengo ancora valide alcune delle ragioni del mio radicale dissenso di allora: Craxi è stato il primo alfiere della personalizzazione della politica, del “culto del capo” che vediamo fino ad oggi, tramutato in farsa, fra i tifosi plaudenti di diversi schieramenti. Dietro alla prospettiva della “grande riforma” temo si agitassero velleità di accentramento dei poteri di decisione. Craxi è stato all’origine della disattenzione per il partito, organo di pensiero collettivo, per privilegiare il partito organizzazione elettorale. Prese in mano un partito debole ma rispettabile, ne lasciò un campo di rovine – da socialista, non glielo perdono. Su alcuni temi sociali (lotta alla droga) aveva posizioni di sostanziale chiusura e incomprensione. La firma antistorica di un nuovo Concordato non è un merito.

Invece, gli va riconosciuto di aver capito, più e meglio di altri, il cambiamento in atto nel paese: lo sviluppo del terziario a spese della manifattura e la radicale evoluzione dei consumi privati e del costume nella società. La politica estera di Craxi e Andreotti (non solo Sigonella) è stata incomparabilmente superiore a quella attuale. Sulla sua politica economica, influenzata da un orientamento forse un po’ frettoloso verso l’apertura ai mercati internazionali, si confrontano opinioni differenti. Molti gli rimproverano la crescita del debito pubblico, ma su questo ci sarebbe bisogno di una trattazione numerica estesa su molti anni che non voglio fare qui. Però è veramente curioso che questa accusa gli venga fatta da chi si considera erede del PCI, che votò contro il blocco della scala mobile – oppure dagli ambienti finanziari di cultura azionista, che non hanno mai chiesto conto a Ciampi e Amato dei 60.000 miliardi bruciati (cioè regalati agli speculatori) in tre settimane dell’agosto 1992, in una insensata difesa della parità della lira (e dei depositi bancari dei redditieri).
Negli anni ’80, molti vedevano esaurirsi la credibilità della prospettiva politica comunista (almeno in Europa). C’era chi pensava che lo sviluppo dovesse passare attarverso una maturazione entro il PCI e i suoi omologhi europei, che si sarebbe dovuta accompagnare con rispetto e simpatia – Craxi riteneva che i partiti ex comunisti dovessero essere frantumati e agiva per questo obbiettivo: lo ritenevo un gravissimo, imperdonabile errore, e mantengo questo giudizio.

Per quel che conta, non voglio evitare di parlare della “questione morale” sulla persona singola. Anche su questo aspetto, nella discussione di oggi si scontrano tesi e antitesi: i giudizi della magistratura, l’influenza non equilibrata dell’opinione pubblica e dei media, la responsabilità personale diretta, le analoghe colpe degli altri, la latitanza oppure l’esilio. Non troveremo la soluzione in poche righe. Mi limito però a quanto è pacificamente ammesso da tutti, anche da chi gli era vicino: è indubbio che il PSI dei tardi anni ’80 era pesantemente inquinato da fenomeni di corruzione e di arricchimento personale. E’ indubbio che questa degenerazione è stata tollerata da Craxi – nessun può credere in buona fede che avvenisse “a sua insaputa”. Anche tralasciando la responsabilità personale, la “colpa di tolleranza” è accertata. Perciò, sono risolutamente contrario a qualunque beatificazione postuma dell’uomo (intitolazione di strade, per intenderci).

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