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Curve di probabilità, percezioni e coronavirus

Non sappiamo tutto e, di conseguenza, non controlliamo tutto. Dovrebbe essere ovvio, fin dai tempi di Socrate, ma la cultura diffusa in Occidente, almeno dopo il 1950, ha rimosso questa consapevolezza.

Ci attendiamo che gli eventi negativi non accadano MAI, eppure, a pensarci, razionalmente sappiamo bene che non è così.  Si pretende invece che non accadano proprio mai, come se ciò fosse un obbiettivo logicamente raggiungibile (Da qui nasce qualche atteggiamento mentale curioso quale ad esempio il cosiddetto “principio di precauzione”).

Invece, gli eventi improbabili (buoni o cattivi) accadono continuamente, lo sanno gli esperti di quella particolare materia – soltanto accadono molto meno frequentemente degli eventi “normali”.  L’opinione pubblica non può essere fatta di “esperti in ciascuno dei possibili campi” e perciò tende ad ignorare queste falle nel nostro dominio sul mondo. Quando un sapere emerge sotto i riflettori, si tratti di macroeconomia o di virologia o di sicurezza alimentare, non immaginiamo quante cose gli “esperti” sanno di non sapere. Del resto, dato un numero infinito (leggasi: molto grande) di osservazioni, se non abbiamo altri dati, non c’è ragione di credere che i valori della variabile che stiamo misurando siano contenuti fra due limiti estremi: la distribuzione “normale” dei dati è una curva di Gauss, che è potenzialmente illimitata.

Il “non esperto” (cioè tutti noi – fatta eccezione, per ciascuno, del piccolissimo campo della sua competenza professionale) pensa che, per ciascuna questione, esista una risposta “giusta”. L’esperto invece sa che esistono soltanto risposte “più probabilmente giuste” e, se è una persona seria (non Burioni, cioè), cerca di dirlo a tutti. Di solito, alla comunicazione pubblica della “incertezza”, si ottengono due reazioni: i complottisti si convincono che l’esperto sia mosso da ragioni nascoste e vantaggi personali inconfessabili (e lo dicono, purtroppo!) – molti altri chiedono che siano applicate le loro semplici e infallibili ricette, così semplici ed ovvie da essere inutili o inapplicabili.

Se un problema ammettesse una risposta certa, non ci sarebbe bisogno di un decisore: il “Responsabile” potrebbe venir sostituito non solo da un tecnico, ma persino da un algoritmo. Invece su ogni singolo aspetto siamo nel campo della “incertezza”. E aggiungiamo una difficoltà, che ben conoscono tutti quelli che si sono trovati a dover prendere decisioni: qualunque fenomeno coinvolge aspetti molteplici e “interessi” diversi da tutelare: si dovrebbe sapere con qual valore si presenterà la variabile X (ad esempio, la probabilità di contagio fra portatore sintomatico e sano) ma anche la Y (efficacia della chiusura al pubblico dei pub) e anche la Z ( effetti d’immagine depressivi a breve e a lungo termine) e moltissime altre. La brutta notizia è che generalmente gli obbiettivi sono in conflitto fra loro, c’è bisogno di bilanciarli: ad esempio, la procedura che pare assicurare il massimo di protezione della salute può essere anche quella che porta il massimo di peggioramento nell’ economia.

Il più bravo professionista è quello che è migliore nello stimare le probabilità di un singolo fenomeno, di un singolo valore. Se gli obbiettivi sono in competizione, però, ci vogliono criteri più articolati e diversi. Occorre assumersi la responsabilità di decidere i pesi dei vari fattori: quanto vale la sopravvivenza di un anziano malato in più, oggi, a fronte della crisi che domani deprimerà l’economia (e quindi anche le risorse che ci permetterebbero di curare da altre patologie molti anziani malati l’anno prossimo)? A orientare la decisione, per questo, non basta la tecnica, ci vuole la politica nel senso più alto e ancorato ai valori.  

A priori, nessuno può saper misurare davvero gli effetti delle sue decisioni. Si fa una stima, in scienza e coscienza e si cerca la soluzione che appare più vantaggiosa. Conta anche molto la propensione del decisore al rischio: la scelte che farebbe Renzi, posto di fronte allo stesso problema, non sarà mai identica a quella che farebbe, per esempio, Zingaretti, e Giorgetti non deciderebbe come Salvini.

I risultati, quindi, sono in parte non dipendenti dalla “bravura” dei decisori. Perciò, come valuteremo, “ a bocce ferme”, quando avremo visto gli effetti, un politico decisore? Credo che dovremo tenere conto anche della sincerità delle intenzioni, del disinteresse nel decidere, della capacità di collaborare. E infine, anche della fortuna nel prendere istintivamente la via giusta. Non per nulla, Silla teneva ad essere chiamato “felix”, fortunato.

Nel frattempo, conviene affidarsi agli organismi pubblici, che possono avvalersi di conoscenze e professionalità molteplici, e seguirne le indicazioni. E accettare più serenamente il “rischio” come fattore ineliminabile nelle nostre vite. Il “rischio”, cioè la possibilità che una decisione presa, con le migliori intenzioni, in condizione di incertezza possa dare luogo a cattivi effetti, è connaturato al fatto che nessuno è onnisciente o infallibile: facciamocene una ragione.

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