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Nuovi compiti per i Comuni. Con quali risorse?

Di GIUSEPPE AUGURUSA. Nel dibattito sulla fase due e sul ritorno alla “normalità”, un paio di questioni sembrano assenti: l’organizzazione della vasta comunità di cura (farsi carico dei più esposti), ed il riordino della finanza locale, di fronte ad una prevedibile imminente crisi sociale.

Sono due questioni connesse e destinate a divenire inestricabili. L’omissione circa gli strumenti d’intervento a disposizione degli ottomila Comuni italiani, nasce forse nell’idea che la crisi sociale, che “arriva dopo ma comincia ora” (per dirla con Jorge Mario Bergoglio), la si possa affrontare combinando le rigide prescrizioni delle politiche nazionali con le deboli risorse dei servizi sociali locali. Questi erano pensati, però, per la gestione delle sole marginalità; ciò che abbiamo di fronte è invece una nuova e più profonda crisi del ceto medio, ben superiore a quanto abbiamo vissuto nella crisi economica del 2008. Eppure, il radicamento territoriale, l’articolazione istituzionale nelle piccole comunità, la vicinanza tra cittadini ed amministratori avrebbero richiesto ben altra attenzione nella fase post pandemica. Il dibattito, invece, forse perché orientato esclusivamente sulla ripresa delle attività prima che sulla cura delle persone, sembra non avvedersene, nonostante quella stessa mancanza di presidio sia risultata fatale proprio nell’emergenza sanitaria. Al contrario,la strumentazione con il quale i Comuni si apprestano a gestire la crisi è quasi la stessa di sempre.  Fin dagli anni ‘90 le riforme hanno teso progressivamente a restituire agli Enti una parte del margine di autonomia superando il sistema di finanziamento della spesa storica a piè di lista, al fine di dare certezza delle risorse loro assegnate: dall’introduzione dell’ICI nel ‘92 fino alla stagione del nuovo decentramento delle “Bassanini”, passando per l’addizionale Irpef che ha consentito qualche margine di manovra in termini di entrate. Così ci si è ritrovati negli anni dieci del duemila con uno schema rimasto sostanzialmente invariato anche nel decennio successivo: le entrate sono composte mediamente da tributi per non più del 50%, da entrate extratributarie in misura media del 20% (proventi dei servizi e delle partecipate), e nella restante parte dai trasferimenti dallo Stato e dagli oneri di urbanizzazione. Queste entrate avrebbero dovuto coprire le crescenti spese correnti ma non è stato così, in primo luogo per la rigida separazione imposta tra le entrate correnti, destinate alle spese di funzionamento della macchina amministrativa, e quelle in conto capitale, ad uso quasi esclusivo degli investimenti. I Comuni, perlomeno quelli virtuosi, si sono così trovati a stringere la cinghia per quadrare la spesa corrente, abbassando inevitabilmente la copertura (scuola, servizi, mensa, cultura, etc..) e, contestualmente, ad accantonare inutilizzabili risorse, non impiegate negli investimenti e finite in avanzo primario. Più prosaicamente, mentre si fatica a stanziare soldi su servizi e sussidi per i cittadini, si tengono congelate enormi ed inservibili risorse (ovviamente non sempre, non ovunque).

La crisi sociale che verrà richiederà una strumentazione di finanza pubblica ben più flessibile, capace cioè di consentire anche agli Enti locali quella funzione di supplenza laddove lo Stato non possa arrivare velocemente. Si pensi (a proposito della comunità di cura) all’organizzazione dei luoghi della socializzazione e delle mansioni dell’accudimento di giovani ed anziani che viene resa ancora più ardua dal distanziamento sociale.

In queste settimane le provvidenze pubbliche statali destinate ai Comuni dai decreti legge sotto forma di buoni spesa, hanno misurato la febbre della crisi, ma anche rivelato i limiti dei provvedimenti tampone, destinati a non reggere alla distanza. Un maggior margine di manovra nell’allocazione della spesa corrente tra i capitoli di spesa e nel travaso tra spesa corrente e spesa per investimento consentirebbe ai Comuni di programmare interventi più incisivi, magari attraverso l’istituzione di fondi di solidarietà. Per queste ragioni sarebbe utile ripescare la vecchia proposta dell’allentamento del patto di stabilità. È necessario per sostenere la spesa per gli investimenti, ma favorire anche politiche di coesione sociale e premiando i comuni virtuosi. Servirebbe, cioè, introdurre regole che consentano ai Comuni di sostenere la spesa corrente, anche attraverso un margine di debito accettabile in percentuale sulle entrate, a condizione di un rigoroso controllo della spesa per investimenti.

La discussione in corso in queste ore in Europa che, indipendentemente dall’esito, sembra aver preso atto della necessità di affrancarsi dalle politiche rigoriste della Troika, potrebbe forse aprire spazi in tal senso.      

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