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Subito il MES per le spese sanitarie

Covid-19, salvare le vite e l’economia. Ma serve un progetto.

Dopo la fase della emergenza e del lockdown è chiaro a tutti che non è possibile stare fermi oltre un certo limite, anche se non abbiamo ancora vaccino e cure precise.
Non siamo pronti, ma lo dobbiamo fare, combattuti tra la prudenza e la consapevolezza che non possiamo starcene rintanati fino alla fine dell’epidemia.
Nella realtà una parte del Paese non si è mai fermata, affrontando la paura e facendosi carico del mantenimento delle nostre esistenze, dalla cura della salute al rifornimento dei generi di necessità, molte imprese hanno comunque lavorato e non tutte per attività strettamente essenziali.
Intanto nei numeri stanno alcune spiegazioni,  una parte del Paese è più densamente abitata e porta con sé gran parte della produzione e del reddito.
Solo da nord e fino all’Emilia Romagna ci sono il 52% della popolazione e il 62% del PIL italiano. Quindi se ci sono state aree più colpite è perchè le persone si muovevano maggiormente per lavoro e si infettavano, portando il virus nelle proprie case con le conseguenze che abbiamo visto e vissuto.

Errori di gestione ce ne sono stati e ne stiamo facendo ancora.
A discolpa va detto che nessuno aveva compreso a fondo la pericolosità del covid-19, anche il mondo scientifico all’inizio aveva sottovalutato la natura del rischio se non quella del contagio.
Se ciò che non ha retto è un sistema sanitario squilibrato tra sistema ospedaliero e medicina territoriale, al di là del grande coraggio e del sacrificio encomiabile di medici e infermieri, uno dei temi urgenti è quello dei livelli di prevenzione e cura da mettere in campo per non ricadere nel rischio delle chiusure che la nostra economia non potrebbe più reggere, almeno per come l’abbiamo conosciuta fino a oggi in tempo di pace.
Siamo ripartiti nella confusione, tamponi e test non si fanno a sufficienza, le mascherine sono obbligatorie ma non si trovano, la App di tracciamento dei contagiati è ancora un oscuro oggetto.
Prosegue la conflittualità istituzionale, laddove  regioni e imprese chiedono al governo regole precise da rispettare per poi annunciare che ciascuno fa come più gli pare.

Però siamo oggi almeno tutti consapevoli che servono investimenti sulla sanità, se le pandemie saranno una possibile esperienza collettiva anche negli anni a venire.
Dove? Come? Si sono sentite voci, incrementare di 3.000 unità le terapie intensive, costruire nuovi ospedali con strutture e dotazioni flessibili, ma ancora tutto sull’ospedaliero, non basta e non va bene. E il raccordo di cura con il territorio, con quali garanzie? Quali le risorse?

Ad oggi per la sanità è subito disponibile il MES, sul quale si è riacceso da tempo uno scontro ideologico anche all’interno della maggioranza con il Movimento 5 Stelle, quando è evidente che a fronte di un debito pubblico di 2500 miliardi e di crediti deteriorati accumulati e di nuovi all’orizzonte sono discussioni oziose e insopportabili.

Si può perdere questa occasione? Io sono convinto di no, non c’è tempo da perdere. Oltretutto è un investimento sul quale rilanciare parte del settore produttivo.
E il Governo Conte dovrebbe vincolare questi investimenti con un progetto di sanità basato su Livelli Essenziali di Assistenza con parametri e prestazioni fissati a livello centrale, dettando regole di investimento tra il pubblico e il privato, perché se il denaro è pubblico anche la resa di ritorno deve essere sbilanciata a favore del pubblico.
Il centrosinistra si impegni a presentare con urgenza ipotesi di lavoro su cui obbligare gli altri partiti a confrontarsi, perché il piccolo cabotaggio governativo non paga ed è molto triste ascoltare la difesa d’ufficio di ciò che non funziona e, ciò che è peggio, che continua a non funzionare.
Senza dimenticare che dopo l’investimento ci dovrà essere un rientro di spesa, perché se la sanità deve essere per tutti deve avere il dono della sostenibilità nella gestione corrente; non va dimenticato che alcune regioni hanno vissuto tra errori e sprechi, finiti con piani di rientro o il commissariamento.

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