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Terroristi islamici in Somalia. I perché degli altri

Si è sentito pochissimo, in questi giorni, sull’altra parte nella vicenda di Silvia Romano, come se le parole “terroristi islamici” bastassero a farci capire i fatti. E invece capire è indispensabile, sempre.

Avviso ai leoni da tastiera: cercare di capire non vuol dire approvare, non vuol dire nemmeno trovare delle scusanti. Tre aspetti sono molto rilevanti: la storia della regione, le vicende degli ultimi trent’anni, le condizioni del paese.

La popolazione somala rappresenta, nel panorama del l’Africa sub-sahariana, un raro esempio di unità etnica: stessa lingua, stessa cultura, assoluta prevalenza della fede islamica sunnita. La terra si stende fra l’altopiano etiopico e la costa, dal Golfo di Aden all’Oceano Indiano fino a sud dell’Equatore. È terra povera d’acque e poco ricca di vegetazione (salvo la fascia più meridionale): unico stile di vita possibile il nomadismo pastorale, con forte, inevitabile competizione guerriera fra gruppi per le risorse scarse (acqua, pascolo). Oggi i somali vivono, oltre che in Somalia, in Etiopia (Ogaden) e nel nordest del Kenya. L’Ogaden venne annesso all’Etiopia (cristiano copta e di lingua amhara) a fine ‘800 e da allora ha costituito un elemento di conflitto fra i due popoli.

La terra dei somali venne in gran parte abbandonata dalle grandi potenze alle velleità italiane di colonialismo straccione. Poco curata da Roma, la Somalia Italiana non è storia da ricordare con orgoglio: basti dire che si cominciò col favoreggiare la tratta degli schiavi … Il nord somalo andò invece a Francia e Inghilterra. Là, però, una guerriglia di resistenza islamico integralista durò fino al 1921, sotto la guida del “Mullah pazzo”: c’è una tradizione, dunque. Dopo la Seconda guerra mondiale, la Somalia fu riaffidata agli italiani dalle Nazioni Unite, con il mandato fiduciario di accompagnarla verso l’indipendenza, che raggiunse nel 1960.  

Negli anni ’60 pareva realizzarsi una vita politica democratica ma nel 1969 un colpo di stato portò al potere Siad Barre. Il suo è stato un tipico regime di “socialismo militare arabo”, laico, progressivamente peggiorato dopo una disastrosa guerra combattuta per l’Ogaden nel 1977 e finito nel 1991, in ribellione interna, sanguinosa guerra civile e fuga del dittatore in Nigeria.

Un anno dopo, dieci governi regionali in lotta fra di loro si spartivano il territorio somalo. In sostanza, lo Stato si era sfasciato, per assenza di una consolidata Nazione sottostante. Anche a Mogadiscio, che fino ad allora aveva fatto eccezione rispetto alla cultura clanica di origine nomadico pastorale, si riproducono i conflitti: “C’è un vecchio detto somalo che dice: a Mogadiscio vale la ragione, a Harar la forza. Ora anche a Mogadiscio vale la forza: il cammelliere domina e occupa la capitale” (cit. Abdallah Omar Mansur).  

Intervengono le Nazioni Unite, cercando di costruire un “cessate il fuoco” dapprima con una missione poco armata (UNISOM I) poi ricorrendo alle forze speciali americane (UNITAF – Restore Hope), infine (UNISOM II) tornando a forze multinazionali ma di fatto comandate dagli USA. Le missioni finiscono in un drammatico fallimento. Emergono contrastanti linee politiche fra gli americani stessi e ancor più fra USA, Nazioni Unite e paesi alleati (Italia in primo luogo): c’è chi pensa al puro uso della forza, chi a politiche più articolate, pur se supportate dalla forza. Di fatto si impongono con prepotenza i “falchi” americani e si finisce con la battaglia di Mogadiscio del 3 ottobre 1993. Una vittoria tattica, una drammatica sconfitta strategica: venti morti americani portano l’opinione pubblica USA a imporre la fine della missione. Non a caso, il dissidio già evidenziava gli approcci politici differenti che abbiamo poi rivisto in altri casi: morte Calipari, rapimento Romano, ecc …

Da allora, prima una fase di conflitti cruenti fra signori della guerra, poi un periodo di precaria tregua sotto governi regionali di fatto indipendenti, infine, a partire dal 2006, l’emergere del fondamentalismo islamico, dapprima con l’Unione delle Corti Islamiche, poi con la sua ala radicale Al Shabaab: gli Shabaab aiutati dall’Eritrea, gli avversari islamici moderati dall’Etiopia. Lentamente, sembra prevalere il governo centrale, ma la guerra civile non finisce ancora. Terribili attentati kamikaze hanno più volte funestato Mogadiscio. Terrorismo islamico? Sì, ma profondamente collegato alla storia e alle condizioni locali. Su questo, non possiamo sentirci innocenti.

Ma la Romano non è stata rapita dagli Shabaab. È stata rapita a Chakama, a circa 50 km da Malindi, frequentatissima meta di vacanze in Kenya, da una gang di banditi locali che poi agli Shabaab l’hanno venduta. Il Kenya è in un positivo periodo di sviluppo economico ma la nuova ricchezza non soltanto non ha posto rimedio alle sperequazioni sociali ed allo sviluppo disarmonico del Paese (le stime della Banca Mondiale indicano un tasso di povertà del 36,1%, che raggiunge però il 70% nelle regioni aride e scarsamente popolate) ma ha alimentato un sistema generalizzato e pervasivo di corruzione che ha permeato tutti gli strati della società. La costa kenyota non è meta pericolosa: gli insediamenti turistici, parte non piccola dello sviluppo del paese, sono protetti da imponenti forze di sicurezza, pubbliche e private. I villaggi dell’interno, come Chakama, non lo sono. Chi organizza interventi di cooperazione dovrebbe saperlo e comportarsi di conseguenza. Non vuol dire “non andarci” ma certo occorre tutta una speciale serie di precauzioni.

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