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La bicicletta non è un vezzo da radical chic

In questi giorni, a Milano, si discute molto di mobilità al tempo della pandemia e sotto accusa finiscono le piste ciclabili che il Comune sta implementando per favorire gli spostamenti interni, alleggerendo i mezzi pubblici. Ma davvero nemmeno il Covid-19 può farci cambiare mentalità?

La bicicletta è un mezzo di trasporto popolare. Questa è la prima considerazione che deve essere fatta quando si parla di mobilità, traffico, abitudini e problemi. Perché da anni una parte dei sostenitori del “partito delle automobili”, quella meno reazionaria aggiungerei, tende a dipingere chi viaggia su due ruote come radical chic annoiati, che hanno il privilegio di prendersela comoda. Un esponente di Forza Italia in Consiglio Comunale ha recentemente commentato il progetto delle nuove piste ciclabili come un regalo alla Milano dei “fancazzisti”. Io rispetto l’opinione di Forza Italia, ma penso che su questo tema semplicemente non facciano alcuno sforzo di osservare le persone sulle due ruote: la bicicletta è un mezzo di trasporto che costa poco, fa spendere poco nel corso del tempo in manutenzione e, alla fine, per questo motivo è un mezzo di trasporto popolare. Ci sono anche i fanatici della bicicletta, e lo dico non con una accezione dispregiativa ma affettuosa, delle due ruote, così come ci sono gli amanti delle automobili d’epoca: parliamo di piccole minoranze di appassionati e non dell’utente medio.

Milano, una città dalla mobilità incivile. Intendiamoci, parte del problema deriva dalla larghezza media delle strade sul quale poco possiamo intervenire. A Barcellona, città modello di mobilità sostenibile, è certamente tutto più facile grazie all’Eixample di Ildefons Cerdà e alle sue ampie Avingudas. Questo però non può fermare l’intento di limitare l’aberrazione della città-parcheggio e della città-ingorgo. Automobili parcheggiate sui marciapiedi di traverso (ad esempio Viale Monza) che contribuiscono a soffocare non solo i polmoni ma anche la possibilità di avere dei viali pieni di vita, locali che si aprono all’esterno per accogliere tavolini e chiacchiericcio, passeggiate, alberature e aiuole. Automobili incastrate su due corsie dove in realtà la carreggiata era pensata per una sola. E i ciclisti? Un problema! Un problema per i pedoni, che se li ritrovano sui marciapiedi già stretti. Per gli automobilisti, che se li ritrovano agli incroci. Eppure non sta scritto da nessuna parte che la strada debba essere riservata solo all’automobile, e il diritto ad una mobilità sicura viene rivendicato con sempre maggior forza dagli utenti delle due ruote che, persino a Milano, sono cresciuti in numero nel corso degli anni. La strada è di tutti, quindi va resa sicura per tutti.

Ma quanti sono i ciclisti e quanto incidono sul totale degli spostamenti? Questa domanda è centrale nella pianificazione della città sia al tempo della pandemia sia per il futuro. Il trasporto pubblico è l’architrave di una mobilità popolare, efficiente e sostenibile. Il TPL è il futuro. Milano ha una rete di TPL che sta crescendo nel corso degli ultimi anni sia per numero di utenti sia per Km/vettura, per non parlare delle nuove linee della metropolitana. Ma ora in questa fase che sarà anche provvisoria ma cambia la vita e le abitudini di centinaia di migliaia di persone, i mezzi viaggiano al 25% della loro capacità per prevenire i contagi. Per questo bisogna inventarsi soluzioni alternative, come le nuove piste ciclabili lungo assi importanti della città che servono a favorire gli spostamenti interni, dentro Milano, in modo da lasciare più posti liberi in metropolitana e sui mezzi di superficie a chi la biciletta non la può prendere: gli anziani con problemi di mobilità e i pendolari soprattutto. Se, come in alcune metropoli europee (in Olanda e Danimarca ma anche in Spagna) e anche in alcune città italiane (Ferrara, che però non è ovviamente comparabile) si arrivasse ad una quota fissa di spostamenti in bicicletta del 28/30% della mobilità cittadina, questo comporterebbe un cambiamento strutturale decisivo.

Vorrei concludere la riflessione con una provocazione. Sento spesso dire: “non si può andare a lavoro in bicicletta con giacca e cravatta, si arriva a destinazione sudati e impresentabili”. Ma davvero nel 2020, con una pandemia mondiale in corso e la lotta ai cambiamenti climatici che sta per entrare nella sua fase decisiva, il problema è di outfit? Forse, se davvero pensiamo che il mondo debba cambiare dopo il Covid-19 e debba rapidamente rispondere alle sfide che ci impone il cambiamento climatico, è ora di superare l’obbligo della cravatta in ufficio (quella sì, ormai, fuori dal tempo) piuttosto che arroccarci dentro l’abitacolo dell’automobile pensando che sia un nostro diritto inalienabile.

1 thought on “La bicicletta non è un vezzo da radical chic

  1. No, non sta scritto da nessuna parte che la strada debba essere riservata all’automobile, come non sta scritto da nessuna parte che gli automobilisti abbiano diritto ad un posto auto sul suolo pubblico nei pressi della propria abitazione. Tuttavia questo è accaduto finora, accade attualmente e presumo continuerà ad accadere. Ci sarà qualche responsabilità politica dei partiti che hanno amministrato il comune di Milano negli ultimi nove anni? Paolo Zinna sembra pensarlo, non altrettanto, se ben capisco questo articolo, Angelo Turco. La giusta domanda è infatti: perché solo la mobilità è sostenibile? L’articolo di Paolo rimanda al futuro la spiegazione, quello di Angelo ignora il problema. Personalmente credo che il problema, come spesso capita in politica, sia linguistico. L’aggettivo “sostenibile” in questo contesto è volutamente usato in modo ambiguo. Tutti pensano sia un’abbreviazione di “ambientalmente sostenibile”, in realtà significa “politicamente sostenibile”. Per mettersi contro gli automobilisti ci vuole del coraggio e, come diceva Don Abbondio, “Il coraggio uno non se lo può dare”, neanche se quell’uno si chiama Partito Democratico. E allora si ricorre ai compromessi di bassa lega, che poi sono cose che a Genova si chiamano “tappulli”. Purtroppo è sufficiente una Sardone qualunque per metterli in piazza davanti a tutti, con un video che è diventato in breve virale. Certo, è facile fare la lode della bicicletta, senza rendersi conto che non è possibile continuare a mescolare auto, moto, camion, bici, pedoni, tutti a pochi centimetri gli uni dagli altri, nemmeno se si mette il limite a 20 km/h. E questo indipendentemente dal fatto che si vada in giacca e cravatta o in jeans. Bene, se questa alla fine è la soluzione, auguri!

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