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L’articolo 18 come fattore di successo per l’impresa

Perché Confindustria è stata così determinata nel chiedere l’abolizione di quella norma di legge? A prima vista non se ne capirebbe il motivo. L’articolo, già nella sua versione originale, scritta dai socialisti Brodolini e Giugni, disponeva il reintegro in azienda solo del lavoratore colpito da un licenziamento individuale illegittimo. I casi, secondo quanto affermato da Renzi  nel 2014, prima di abolirlo, erano meno di 3000 all’anno su 11 milioni di lavoratori dipendenti. Non era, quindi, un problema di costi: i licenziamenti collettivi per motivi economici sono sempre stati possibili secondo la legge, attraverso un’opportuna procedura.  L’obbiettivo degli imprenditori era quello di ottenere, in azienda, un clima tranquillo, sottomesso alla gerarchia, silenzioso  – soprattutto silenzioso. Si è voluto scoraggiare “il lavoratore che risponde”, le polemiche, le rivendicazioni, le contestazioni di indicazioni e ordini aziendali, minacciando implicitamente il “rompiscatole” di allontanarlo comunque dall’azienda a semplice volontà della proprietà cioè della gerarchia aziendale. Il punto cioè non erano i 3000, erano tutti gli 11 milioni e i loro comportamenti .  Ci sarebbe molto da dire dal punto di vista politico – ma se ne può ragionare invece anche in relazione al successo dell’azienda.

In un mercato statico, con innovazioni di prodotto limitate e lente, con forze concorrenziali tradizionali, magari con produzioni di grande serie, si può condurre l’azienda secondo regole consolidate (si usa dire “business as usual” oppure “si è sempre fatto così”, secondo i livelli di discussione). In quel mercato c’è molto da dire a favore di un clima “silenzioso”: elimina i disturbi, non richiede particolare brillantezza nei capi, riduce lo stress della gerarchia aziendale. Sottolineo quest’ultimo elemento: chi soffre i “rompiscatole” sono soprattutto i capi di prima linea, che sono i primi a richiedere la repressione. Il ruolo dei capi non è facile, stretti come sono tra le pressioni della direzione e la resistenza al cambiamento dei lavoratori. Si può comprendere il loro atteggiamento, anche perché non è la stessa cosa confrontarsi col modo di obbiettare del direttore marketing estroso, o con quello dello stivatore di magazzino.

Ma quante aziende, oggi, stanno davvero in un mercato statico? Pubblico dei consumatori bizzarro e mutevole, grandi clienti pieni di pretese assurde, nuovi prodotti entry level, nuovi servizi low cost che sconvolgono il panorama competitivo in pochi anni o addirittura mesi …. e poi non dimentichiamoci quei fastidiosi orientali, che hanno il vizio di proporre ottime cose a costi impensabili. Fattore chiave di successo per l’azienda è la capacità di reagire, bene e in fretta, altro che “business as usual”. Ci vogliono idee nuove ogni  giorno, a tutti i livelli. Il “rompiscatole” ne inventa di continuo, il bravo manager sa riconoscere le nove sbagliate o inattuabili, ma anche accettare la decima che porta un miglioramento o evita un errore, piccolo o grande che sia. Lo yes man non porta niente che il capo già non sappia.

Del resto, è facile convincersi dell’utilità di chi “pensa da solo”. Nel marketing, è meglio l’assistant product manager che completa diligentemente molte campagne, o quella che lavora poco, ma trova tre idee di successo? Come medico, preferite essere affiancati da un infermiere che esegue moltissime prescrizioni entro un turno di lavoro, oppure da quello che si accorge di un sintomo imprevisto nel paziente?

Chi non riflette su queste cose, è rimasto indietro, al business di qualche decina d’anni fa. I nemici dell’articolo 18 sostengono d’essere nuovi, moderni, up to date. In realtà sono vecchi, conservatori, superati dai tempi. Confindustria è un elefante burocratico, del tutto inadeguato alla realtà di oggi. Marchionne (è giusto dargliene atto) questo l’aveva capito molto bene.

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