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Autonomie locali: ricostruire innovando

Venerdì 3 luglio si è tenuta una discussione tra amici e compagni che hanno fatto anche scelte politiche diverse nel campo vasto della sinistra, ma che rimangono accomunati dalla necessità di costruire dialogo e cultura politica comune. Questo il senso dell’incontro milanese, in forma telematica come usa al tempo del Covid, attorno al documento a cura di Arturo Bodini sulla ricostruzione del “sistema Italia” a partire da un profondo rinnovamento e una radicale riforma delle autonomie locali.

L’Italia è oggi un paese schiacciato prima dal debito e poi dalla crisi conseguente all’emergenza sanitaria. I sentimenti antipolitici dilagano nell’opinione pubblica e le forze di Governo si trovano pressate tra le necessità dettate dall’urgenza e il bisogno di immaginare un impianto di riforma dello Stato a medio e lungo termine che riesca finalmente a superare vecchie e nuove forme di centralismo a favore del protagonismo degli Enti locali. Il documento curato da Bodini e altri ha un pregio in particolare: va al nodo del problema, ovvero presenta l’attuale sistema amministrativo come disfunzionale rispetto alle nuove esigenze, soprattutto di governo del territorio, ma anche di vicinanza dello Stato al cittadino e ai bisogni delle persone.

Oggi, con la sempre maggiore affermazione del ruolo delle Regioni, assistiamo ad un fenomeno preoccupante: nuovi centralismi su scala regionale anziché nazionale, che tutto sono fuorché forme di autonomia e federalismo, e che tendenzialmente portano ad aumentare i livelli di diseguaglianza (economica, territoriale, ecc.) nel Paese. Se questo è il rischio, la politica deve immaginare una alternativa partendo dalla costruzione del consenso attorno alla riforma delle autonomie locali. La sinistra in Italia su questo ha commesso degli errori in passato, e non è più tempo di cambiamenti calati dall’alto e con le fondamenta molto fragili dentro la società.

Al centro del documento di Bodini il rilancio di enti quali le Province e le Città Metropolitane: per andare incontro alle esigenze dei cittadini è necessario che a questi enti spetti l’amministrazione dei servizi di area vasta, mentre ai Comuni deve essere riconosciuta la realizzazione dei servizi alla persona. Il primo livello non è mai stato compiutamente realizzato: le Province hanno mantenuto sostanzialmente le antiche funzioni prefettizie, mentre le Città Metropolitane sono state limitate nelle possibilità anche dalla contrapposizione a questo modello messa in atto dalle Regioni e dai comuni capoluogo. Occorre oggi che assumano nuove e più impegnative funzioni amministrative, sia per quanto riguarda il decentramento dei poteri dello Stato, sia per la organizzazione dei servizi sovracomunali e per il governo del territorio.

I Comuni sono il primo riferimento amministrativo per tutti i cittadini, pur tuttavia hanno enormi limiti nella facoltà di risposta a queste esigenze. A volte i Comuni sono troppo piccoli (il 70% è sotto i 5000 abitanti), hanno pochi strumenti di pianificazione urbanistica, faticano  nel costruire reti comunali e gestioni condivise dei servizi. In più, nell’Italia post-Covid, sarà sempre più importante la cura e il recupero delle aree marginali, degli spazi interstiziali, delle terre alte piuttosto che un ulteriore rafforzamento dei centri nevralgici e delle aree urbane: solo enti di area vasta dotati di vere risorse economiche e leve fiscali potranno avere questa capacità di ricucitura e rigenerazione, invertendo il processo di agglomerazione nei capoluoghi e ridistribuendo le opportunità e il potere economico su tutto il Paese.

La resistenza ai cambiamenti e la difesa dello status quo sono e saranno forti e tenaci. Per questo è urgente aprire una discussione profonda, mettendo al centro per davvero i bisogni delle persone: come implementare i servizi pubblici, come avvicinare le istituzioni al cittadino, come fornire risposte rapide, sburocratizzando i processi amministrativi. Con questo approccio le riforme sono possibili, non più solo urgenti.

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