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Davvero è uno scandalo la fotografia di Chiara Ferragni agli Uffizi?

Ma è mai possibile che in Italia un qualsiasi argomento debba per forza diventare la pietra di paragone per stabilire il giusto e l’ingiusto, il corretto e lo scorretto, la destra e la sinistra, la purezza e il peccato? Tempi complicati per la discussione pubblica: sembra diventato impossibile commentare un fatto o un avvenimento senza che diventi il luogo di una dura battaglia, purtroppo non sempre delle idee.

Credo che ci sia una questione di sincerità e di realismo e prima ancora la necessità di chiedersi ogni volta se volume e tono delle reazioni sono commisurate da un lato alla dimensione del fatto e dall’altro a quali effetti si desiderano nella discussione pubblica.

Il fatto. La Galleria degli Uffizi dedica ampio spazio dei suoi canali social alla visita-con-foto che la nota Chiara Ferragni ha dedicato al museo, in particolare la famosa Primavera di Sandro Botticelli. Apriti, cielo! Dato che i giornali ormai vanno in derivata da Facebook, tutta la stampa riprende la notizia e le immagini. Si spalancano le cataratte dei commenti, prevalentemente improntati a gridare allo scandalo: mercificazione della cultura, omaggio al nulla dei contenuti, data la diciamo singolare professione di Ferragni, concessione alla moda del momento, usurpazione dei titoli culturali più alti della storia italiana.

Proviamo a esaminare i vari aspetti con un po’ di ordine e con la mente fredda, usando i quattro argomenti indicati all’inizio.

Sincerità. La parola può sorprendere ma guardiamo più da vicino. Cosa esattamente dà fastidio? Che un “tempio” della cultura sia stato “violato” da un ingresso accademicamente poco qualificato? Che un prodotto della cultura “alta” sia magnificato e pubblicizzato da una esponente di una attività “bassa”? Che la “C”ultura sia al servizio della “merce”? direi che siamo da queste parti. Si può educatamente obiettare che la Cultura (sì, quella con l’iniziale maiuscola e senza le virgolette) è bene si diffonda ovunque, senza guardare ad aree riservate – che diventerebbero rapidamente per pochi quasi sempre benestanti e privilegiati – perché solo così può continuare a svolgere nel tempo la sua funzione di educazione al bello, alla sensibilità, alla storia, che sarebbero poi i tanto vantati valori ai quali la nostra collettività nazionale dovrebbe ispirarsi in permanenza? Magari aggiungendo che questi valori sono un po’ più certi, un po’ più degni, un po’ più universali delle parole che di solito si usano (occidente, società aperta, ecc.).

Realismo. Tantissimi visitano gli Uffizi, e tantissimi sono i giovani visitatori. Siamo soddisfatti? O vorremmo averne sempre di più? Non è forse vero che ogni giorno o quasi i giornali sono pieni di lamenti sui NEET, coloro i quali – non necessariamente giovani, tra l’altro – non studiano né lavorano né cercano alcunché: e quanti di loro sollecitati magari dal vedere Chiara Ferragni si alzerebbero dal divano e andrebbero a vedere un quadro? Non so se la capacità di influenza di Chiara Feragni è così potente ma vale la pena di scoprirlo. O no?

Reazioni commisurate al fatto. Ci rendiamo conto che lo schieramento di intere batterie di critici, intellettuali, giornalisti, sulla vicenda la fa lievitare fino a livelli francamente improbabili? Ma è mai possibile che in Italia un qualsiasi argomento debba per forza diventare la pietra di paragone per stabilire il giusto e l’ingiusto, il corretto e lo scorretto, la destra e la sinistra, la purezza e il peccato? E’ esattamente la strada che porta alla cancel culture dei cui guasti si discute oggi nel mondo, dopo gli eccessi Usa e non solo (perché si copia sempre il peggio e mai il meglio, degli Usa e di qualsiasi altro Paese).

Cosa si vuole della discussione pubblica. Questo è un ampliamento del punto precedente: il dibattito pubblico italiano è profondamente malato. Che sia il confronto politico, quello culturale, quello giornalistico, fino al rapporto tra le persone, l’istinto feroce e primordiale del contrasto duro a prescindere, dello schieramento a priori, della categorizzazione e della personalizzazione dello scontro: tutto ormai appare dieci toni sopra il livello accettabile e il frastuono delle mie parole mi impedirà di percepire il grano di ragione che sta sempre nelle posizioni che mi si oppongono.  A fianco della contrapposizione sta il fratellino del piagnisteo vittimista: ultimo episodio, la ministra dell’Istruzione che replica a chi la critica non sul merito delle scelte (ohibò!) ma dicendo che la attaccano perché è donna, perché è giovane e perché è dei 5stelle. E’ ovvio che così cerca di fare appello alle risorse tipiche del dibattito malato, che usa – pro o contro a seconda dei casi – gli stereotipi di un clima malato, in cui fare appello alle solidarietà ammantate di correttezza politica.

Lasciamo gli Uffizi e la Ferragni a fare la loro parte e se anche solo dieci persone scopriranno in questo modo la Primavera di Botticelli, sarà un guadagno, per loro e per tutti.

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