ControPiede

Il Partito Democratico sente il bisogno di rinnovarsi?

Abbiamo ricevuto da un amico della provincia, democratico convinto e militante da molti anni, una riflessione piuttosto scoraggiata. Crediamo sia utile discuterne con spirito collaborativo e non “nascondere la polvere sotto il tappeto”. Qui sotto lo scritto di Arrigo Forghieri.

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Non si tratta di certo di un tema prioritario fra quelli che tutti i dì ci propongono i media, che spesso preoccupano, altre volte irritano e  quasi mai offrono l’opportunità di soluzioni convincenti. Tuttavia le vicende interne del nostro Partito meritano qualche riflessione.

Per cominciare, è a tutti evidente che i risultati in termini di consenso al PD, negli ultimi anni, anche nell’area milanese, non appaiono affatto brillanti e sembra inevitabile attribuire delle importanti responsabilità – non tutta la responsabilità – a coloro che hanno avuto le redini del Partito nelle proprie mani. Per consenso intendiamo in primis  voti e tesseramento, subito dopo Circoli chiusi, Circoli tuttora aperti ma asfittici, che insieme testimoniano lo scadimento di militanza e partecipazione. Ancora più grave l’abbandono di gran parte del popolo che una volta si definiva “di sinistra”- pur senza necessariamente “militare”- e oggi manifesta, nel migliore dei casi, disinteresse alla stessa esistenza in vita del PD. Chi fra di noi coglie ancora in giro (al lavoro, al bar, o per strada) una qualche voce che sostenga, (o almeno critichi argomentando), l’azione del partito o la sua linea rispetto ai gravi problemi che ci attanagliano? I commenti  qualunquisti sono quasi un leit-motiv. Certo, sopravvive una consistente base elettorale, che probabilmente è motivata più che dai valori attribuibili al PD, dai disvalori dei competitori. Cioè si vota il meno peggio.

Se in queste note fosse rintracciabile anche una sola parte di verità, ci  aspetteremmo da parte degli “strateghi”, un tentativo di rinnovamento, uno sforzo propositivo per stimolare un’ inversione di tendenza nel “sentimento” dei simpatizzanti/elettori, che testimoni la volontà e il coraggio di abbandonare criteri di selezione che appaiono almeno usurati (l’usura è di lunga data, ma ora più che mai appare in tutta la sua evidenza) e la residua capacità di fare passi indietro (o almeno di lato).

Malauguratamente non sembra questo il comune pensiero, piuttosto si avverte la determinazione a mantenere gli equilibri correntizi, con scrupolosa attenzione a non mettere in discussione posizioni e figure consolidate. E perciò le scelte e le proposte, invece che sul potenziale, le attitudini, il talento, o sui meriti, s’incentrano su  valori quali “la fedeltà”(alle persone) e “l’appartenenza”(ai gruppi). Si potrà obiettare che risorse alternative, in specie fra i giovani, scarseggiano, ma è proprio su questo  dramma che chi da lungo tempo galleggia nelle stanze dei bottoni (più o meno esplicitamente), dovrebbe amaramente riflettere.

Si tratta di temi locali, che poco potrebbero influenzare i destini del Paese, ma, si parva licet… , potremmo concludere dicendo che un vento del cambiamento, anche a livello nazionale, sarebbe stato fortemente auspicabile pure se il virus ci avesse miracolosamente risparmiato.  Così non è stato e le prospettive sono oscure. Allo stato delle cose il cambiamento più che auspicabile diventa vitale, per far fronte a sovranisti e  nazionalisti che troveranno terreno fertile nel presumibile dilagare di un disagio molto più reale di quello strumentalmente gonfiato, di cui i competitori si sono fino a ieri egregiamente serviti.   
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In poche righe qui sono toccati diversi nodi critici:

  • I lombardi non vedono più nell’azione politica lo strumento capace di cambiare davvero le loro vite. In particolare appare inefficace la militanza nel partito. Perciò poco si appassionano e poco sono disposti a sacrificare tempo e dare impegno.
  • Il PD, in particolare, non appare aperto a energie nuove. Anzi, la classe dirigente si perpetua per cooptazione (fedeltà, appartenenza ….) e non per promozione del merito, delle idee.
  • I singoli che hanno guidato il partito in questi anni non paiono sentirsi responsabili (o almeno corresponsabili) delle non poche sconfitte. Nessuno propone drastiche forme di rinnovamento, come se la diligente amministrazione del quotidiano fosse risposta sufficiente.

Su ciascun punto si potrebbero scrivere pagine, per spiegare, controbattere o confermare. Per ora preferiamo proporre le questioni, sollecitando le riflessioni di tutti voi lettori e, magari, prima di tutto, di chi ha oggi responsabilità di partito

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