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L’Europa ipocrita e gli evasori fiscali

Si definiscono paradisi fiscali gli stati che hanno imposizione fiscale troppo bassa, tassano meno i redditi prodotti all’estero, sono disponibili ad essere sedi di società fittizie. Si sa bene quali sono questi stati: il nostro governo in passato ne aveva ufficialmente elencati 62 (decreto Min. Finanze 4 maggio 1999). La stessa Unione Europea nel dicembre 2017 ha pubblicato una lista nera di 17 stati: Samoa americane, Bahrein, Barbados, Grenada, Guam, Corea del sud, Macao, isole Marshall, Mongolia, Namibia, Palau, Panama, Santa Lucia, Samoa indipendenti, Trinidad e Tobago, Tunisia ed Emirati Arabi. Ci sono anche 47 paesi, fra cui Svizzera e Lichtenstein, che si comportano male, ma hanno promesso che si correggeranno in futuro ….

E’ evidente che questi “paradisi” sono rifugi per la criminalità organizzata, che deve occultare e riciclare i suoi proventi, è evidente che gli stati nazionali ne risultano impoveriti e indeboliti. Perciò ci si potrebbe aspettare che l’Europa abbia preso severissime misure contro di loro e i loro governanti responsabili. Infatti, il commissario Moscovici aveva promesso una “riposta significativa e potente alle aspettative sollevate dai recenti scandali fiscali” (30.11.17). Ma non è andata così Intanto, dopo un mese, i funzionari di Bruxelles hanno proposto di togliere dalla black list  Barbados, Grenada, Corea del sud, Macao, Mongolia, Panama, Tunisia ed Emirati Arabi: anche loro hanno promesso che “faranno i bravi”. Per il resto, Moscovici ha “incoraggiato i vari stati nazionali a prendere misure efficaci contro il fenomeno”. Da parte sua ha deciso che gli stati canaglia non potranno ricevere aiuti europei … a meno che non si tratti di aiuti allo sviluppo. Sembra davvero difficile immaginare che qualche “paradiso fiscale” d’ora in poi chieda aiuti senza qualificarli come “aiuti allo sviluppo”.

Perché l’Europa non reagisce? Influenza delle criminalità organizzata? Si spera di no. Timore delle ritorsioni da parte del Bahrein o della Namibia? Improbabile. Alcuni documenti resi pubblici in Germania e poi pubblicati dall’Espresso, però, hanno rivelato che nei paradisi fiscali avrebbero occultato capitali la regina Elisabetta e il marito, la regina di Giordania e un principe saudita già ministro, il ministro del commercio degli USA e il genero di Putin, insieme a centinaia di altri potenti di tutto il mondo. In Italia fra i nomi citati troviamo  i Rovelli, Camilla Crociani di Borbone delle Due Sicilia, un fondatore della Tremonti e associati srl, il finanziere Andrea Bonomi, insieme a decine di imprenditori, commercialisti, persino artigiani (http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/11/14/news/paradise-papers-la-lista-segreta-di-tutti-gli-italiani-coinvolti-1.314226). Lo stesso panorama emergeva, qualche anno fa, dai cosiddetti “Panama papers”: i nomi erano diversi, la sostanza identica. Il coinvolgimento di questi nomi “del potere” spiega molte resistenze, ma non basta ancora. Ci si potrebbe chiedere: perché nella lista europea non compaiono molti stati della lista di analogo significato stilata dalla ONG Oxfam qualche giorno prima? In primo luogo, nella lista di Oxfam sono presenti diversi territori britannici oltremare, comprese le Bermude, ove Google occulta i suoi profitti esteri. Ma soprattutto ci sono l’Irlanda, il Lussemburgo, Malta e l’Olanda. Come possiamo credere in questa Europa, se essa stessa tollera l’esistenza di paradisi fiscali al proprio interno?

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